Zanetti scatenato: “Tardelli? Il peggiore. Mourinho? Il maestro. Lippi ci diceva che l’Inter aveva paura della sua Juve”

Norman Mailer, per attaccare il carissimo nemico Gore Vidal, nato ricco e alto e bello e spiritoso e dalla memoria prodigiosa, al quale tutto riusciva facile, diceva con allegro disprezzo che «a Vidal manca la ferita». Gli mancava cioè, per essere un grande scrittore (grande come Mailer, era il sottinteso), un trauma dal quale potesse poi sgorgare grande letteratura.

Che le grandi storie nascano dai grandi traumi è un assunto un po’ fuori moda (il dottor Freud non ha più i fan che aveva ai tempi di Mailer), ma per esempio in materia di autobiografie di sportivi è chiaro che un padre sociopatico come quello di Andre Agassi è da una parte garanzia di traumi orrendi, ma dall’altra di una grande storia da raccontare. Agassi l’ha fatto, con il giornalista J.R. Moehringer, uno in grado di ricavare un pezzo da antologia da un incontro con la vecchia scimmia dei vecchi film di Tarzan, Cheetah.

La storia di Agassi, narrata in Open (Einaudi), viene citata più di una volta in Giocare da uomo (Mondadori Strade blu, in libreria dal 15 ottobre), vita e carriera di Javier Zanetti, quarantenne capitano dell’Inter in squadra dal 1995 e ora fermo ai box per una rottura del tendine d’Achille che avrebbe schiantato qualsiasi coetaneo, ma che lui considera semplicemente «cambiare le gomme» prima di tornare in campo.

Gianni Riotta, giornalista scrittore interista al quale Zanetti ha raccontato la sua storia, si è ritrovato un soggetto privo della «ferita» maileriana di Agassi —Zanetti senior, il signor Rodolfo, friulano di Buenos Aires, non incatenava il piccolo Javi davanti a un «drago» sputa-palline da tennis come Agassi senior, ma gli ricuciva di notte, con un ago da materassaio e della corda, gli scarpini da calcio sfondati dall’usura che non aveva i soldi per ricomprare nuovi. Ma Riotta ha viaggiato con Zanetti in Argentina, nel quartiere di Buenos Aires, Dock Sud, dove oggi la criminalità è ovunque e dove quarant’anni fa nacque Javier Adelmar Zanetti, argentino di sangue italiano e dal secondo nome brasiliano in omaggio al medico che lo salvò dalla morte durante il parto: «In casa non c’era nulla da regalargli in segno di gratitudine… Mamma mi diede allora il suo nome, che è scritto sulla prima riga del mio primo contratto da calciatore professionista, come in ogni documento ufficiale che mi riguardi».

Nacque così Javi (da bambino), poi «Pupi» in omaggio al fratello Sergio calciatore anche lui (e ora allenatore), «El Tractor» sui campi da gioco grazie a quelle gambe poderose, Capitano con la C maiuscola per milioni di tifosi interisti in tutto il mondo (soprattutto, ultimamente, in Indonesia). La storia di Zanetti non è fatta dei drammi di Agassi né degli eccessi di Best («A dire la verità in discoteca sono stato un paio di volte», sempre con la moglie, «c’è troppo frastuono, non si riesce neppure a parlare»). Senza il glamour di Beckham (che fa una comparsata di gran classe nel libro, tramite sms, confermando di essere più gentleman che celebrity: un messaggio affettuoso e inaspettato al capitano argentino Zanetti dall’ex capitano inglese che ha sofferto lo stesso infortunio, «tornerai più forte»), ma con una parola che riassume la vita del Capitano: lavoro.

È la parola chiave che permette a Riotta di raccontare una storia vera ed emozionante, dribblando il pericolo della retorica post-dickensiana dell’infanzia di povertà, ma non facendo sconti alle difficoltà vere del bimbo mingherlino scartato dalla squadra del cuore perché troppo gracile e destinato a fare il lattaio o il muratore. Muscoli cresciuti negli anni dell’adolescenza con la polenta, perché la carne era troppo cara, a parte l’occasionale cotoletta vista come una festa e ancora oggi molto amata dal Capitano — è la sua madeleine.

Con semplicità il capitano e il suo biografo dribblano la retorica della rivincita sociale: «Noi di Dock Sud venivamo insultati nei quartieri ricchi di Buenos Aires, e chiamati senza troppa simpatia los inundados, gli alluvionati. Quando il Río Matanza-Riachuelo faceva le bizze, allagava tutto il barrio, per la nostra disperazione… qualcuno rideva di noi inundados, e papà e mamma correvano a mettere mattoni sotto gli elettrodomestici, il frigo, la televisione, le stufette, sollevandoli per evitare che l’acqua li rovinasse, fulminandoli con un cortocircuito. Per andare a scuola dovevo indossare stivaloni di gomma alti fino al ginocchio».

Dribblano la retorica del rapporto spesso egoriferito degli atleti con la religione: ecco Zanetti — cattolicissimo figlio di un muratore ateo che crede solo nel lavoro e nella famiglia — pregare, prima della storica finale di Champions del triplete, 22 maggio 2010, in una camera d’albergo con l’amico e compagno di squadra Ivan Cordoba, e accendere una candela pensando alla gioia che poteva dare ai tifosi l’aiuto di Santa Rita. La santa delle preghiere impossibili alla quale era devota mamma Violeta che ora non c’è più, la santa della «semplice chiesa di periferia intonacata di calce chiara» dove andava sempre da bambino. Ed ecco ancora, con la stessa semplicità, Zanetti che incontra il Papa argentino che lo sorprende: appena sente della scomparsa della mamma, il Papa chiude gli occhi e si raccoglie in preghiera, per lei.

Chi cerca belle storie umane e di sport, in questa biografia, ne troverà tante: rivelazioni da titoli per giornali sportivi, poche, e non è un difetto. Bella la scena di Marcello Lippi, allenatore non amatissimo dal Capitano, che dice alla squadra che quando lui allenava la Juve gli interisti avevano sempre paura e il Capitano lo contraddice davanti a tutti, «con rispetto e franchezza, e lo rifarei».

Di tackle sulla caviglia ce n’è uno solo, eccolo: «Con altrettanta onestà, senza rancore o risentimento alcuno, dico che Marco Tardelli, già vice di Giovanni Trapattoni nella Nazionale irlandese, dei tanti allenatori che ho visto, dal campetto di terra battuta di Disneylandia alla furia del Santiago Bernabeu, è stato il peggiore. Peggiore in tutti i sensi, come uomo e come tecnico… Tardelli è scarso… I suoi allenamenti non sono da squadra che vuole vincere». Rafa Benítez, ora al Napoli? Tre righe: «Non lega con l’ambiente interista, non so bene il motivo, è una di quelle miscele di umori che non riescono ad amalgamarsi, malgrado il reciproco rispetto».

Mourinho? Il maestro, il leader. Ranieri? «Un signore», e Zanetti racconta un gesto di grandissima classe (e generosità) dell’allenatore-gentleman a un’asta benefica. Il complimento più bello? A Gigi Simoni, sfortunato allenatore dell’Inter di Ronaldo (nonostante la Uefa contro la Lazio a Parigi, 3-0 anche con un gol proprio di Javier): a Zanetti, il mister Simoni ricordava suo padre.

Fonte: calciomercato.com