Zanetti lascia il calcio, ma non l’Inter: senza rancore e col sorriso

ZanettiI più grandi salutano sempre in silenzio. Senza sbattere la porta, senza far rumore, senza urlare. Al massimo, piangendo. Ce ne vorranno di fazzoletti a San Siro, sabato sera. Una quantità industriale, più o meno quante sono le partite giocate da Javier Zanetti con una sola maglia. Nera e azzurra, i due colori della sua vita, quelli che non ha voluto tradire per un secondo in diciannove anni.

Neanche quando non si vinceva proprio mai e il Real Madrid chiamava continuamente per avere quel ragazzo che su ogni album della Panini, anno dopo anno, pareva ringiovanire. E che anche adesso, a meno di tre mesi dai 41 anni, non si sente così anziano. E ha tutte le ragioni del mondo: chi la Pinetina la vive da anni ed è ben informato garantisce che nei test atletici è sempre il migliore. Lui, Zanetti. Quello per cui un tendine d’Achille rotto a 39 anni è sembrato un bicchier d’acqua, in campo dopo sei mesi.

Da record, proprio come è lui. Che un altro anno lo avrebbe giocato ancora volentieri. Le offerte, come ogni anno, non gli mancavano: dal Messico a Dubai, la più affascinante quella di José Mourinho. Le smentite sono soft perché era proprio tutto vero. “No, grazie”, ha risposto Javier. Senza voler far troppo casino attorno a una tentazione che è esistita: un anno a Stamford Bridge da giocatore, quello successivo da dirigente al Chelsea.

Quanti avrebbero detto di no? Zanetti, ve lo raccontammo subito, ci ha pensato giusto per il tempo di un caffé. Consapevole che non avrebbe mai lasciato l’amore della sua vita, l’Inter e gli interisti, per un contratto pur oggettivamente allettante. Avrebbe giocato ancora, eccome. Per battere altri record e scrivere altre pagine di storia. Senza pretese economiche o tecniche, semplicemente con la volontà di sentirsi considerato a livello emotivo e umano per quello che è: una leggenda.

Che la riconoscenza la meriterebbe, nell’etica del buon senso che evidentemente non appartiene agli imprenditori più spietati. Nel calcio del Fair Play Finanziario, del business, del marketing in Asia non c’è più spazio per l’eleganza nei confronti di chi non pretende altro che il rispetto. Ma fa parte del gioco. Perché questo maledetto sabato, per ogni interista vero, doveva arrivare.

Chi Javier lo conosce, lo stima e lo apprezza come uomo ancor prima che come straordinario campione, temeva questo giorno. Ma soprattutto, auspicava che potesse essere diverso. Un giorno di festa lo sarà lo stesso, perché quel che è stato, è e sarà Zanetti per l’interismo non è macchiabile in alcun modo; poteva esserlo ancor di più, magari organizzandosi meglio e accontentando la volontà di tutti, dato che di giocatori come Javier ce ne saranno pochi altri nella storia di qualsiasi altra società.

Non farà rumore, Zanetti. Non farà pesare niente a nessuno. Ha annunciato per la prima volta ufficialmente il suo ritiro a un quotidiano argentino, senza caos, con l’umiltà degli uomini più grandi. Di certo, si poteva fare qualcosa di meglio. Ma qualcuno ha deciso così, la nuova Inter ha deciso di stracciare le pagine del passato senza voltarle con classe. Un buon libro andrebbe trattato diversamente.

Non porta rancore, Javier. Anzi, Pupi, chiamarlo così per gli amici viene spontaneo. Non si è mai mosso come il suo ciuffo. E il sorriso non gliel’ha tolto mai nessuno. Ha sempre saputo regalarne, Javier. Anche nei momenti più difficili, come quando il destino fa l’infame e ti porta via la mamma dopo una finale di Coppa Italia col Palermo: chiamata persa, sms con avviso che l’avrebbe richiamata all’indomani, con festeggiamenti finiti e relax. Troppo tardi.

Javier la porta nel cuore e la ricorda sempre con il sorriso. Quello che vale quanto e più di qualsiasi record all’Inter. Quello che offre a chiunque: ai bambini della sua Fondazione, agli amici di una vita e a quelli di tutti i giorni, ai suoi tre educatissimi e splendidi bambini, alla sua meravigliosa moglie Paula che lo ha aspettato persino nel giorno del matrimonio perché prima doveva allenarsi.

Quando lo racconta si commuove ancora e poi ci ride su, neanche il tempo di pensarci. Questo è Zanetti, una carriera passata a correre. Sempre. Senza fermarsi mai, con la fascia da capitano sul braccio e mai un episodio fuori luogo. Un idolo per tanti, un uomo da rispettare per chiunque, un esempio di vita e di sport per tutti.

Non molla, Javier. Non lo ha mai fatto. Ha voluto andarsi a prendere gli scudetti che sentiva scippati, la Champions League che aveva sempre sognato. Ci è  riuscito. Piangendo nel ricordo di Facchetti, della sua mamma, dei suoi sforzi, del percorso fatato di uno dei pochi uomini di calcio che ha voluto vincere con la maglia del suo cuore, senza tradirla per andare a vincere qualcosa altrove.

Ha scelto la strada più difficile, si è preso il Pantheon nerazzurro. Quello dove nessuno potrà mai dimenticarlo. Perché ci sono i numeri di un professionista incredibile, l’etica di un uomo straordinario, l’immagine pura di una persona meravigliosa. Che la riconoscenza eterna se l’é guadagnata con la gente comune, soprattutto interista ma non solo, incapace di dire qualsiasi cosa su Zanetti che non sia una parola d’elogio per un simbolo di qualcosa che nel calcio come nella vita non esiste più.

Farà il dirigente, Javier. Sarà strano vederlo in giacca e cravatta, sul campo a osservare e non più a correre. Quello che voleva fare ancora e che qualcuno gli ha fatto avvertire come qualcosa di pesante. Tremendo, risultare fastidiosi a qualcuno. Meglio salutare. Sempre con il sorriso, senza fare alcuna polemica o pensare di andarsene.

Con l’Inter nel cuore. Non quella di Thohir o di Moratti o chi per loro, al di là di come sono andate (molto diversamente) le cose. L’Inter, quella del nero e l’azzurro, quella che è la sua seconda pelle, quella dei tifosi che lo hanno amato come un fratello e che non lo dimenticheranno mai, dai momenti più difficili alla magica notte di Madrid.

Dove il tempo, per un attimo, si è fermato. Un uomo nel cuore di tutti. Che torna a Milano dormendo sull’aereo con la Coppa tra le braccia, come un papà col proprio figlio. Quanti ce ne saranno a San Siro, sabato. Anziani, adulti, bambini. Padri, figli, fidanzati e fidanzate, giornalisti e amici. Ci saranno tutti, in piedi per un uomo in lacrime di gioia. Non avrei mai voluto che venisse questo giorno, quello in cui dover scrivere della grandezza di Zanetti per cui non basterebbe una collana di libri. Un amico, prima ancora che un uomo immenso e un calciatore inarrivabile.

Hai vinto, Javier. Hai vinto Coppe, gloria eterna, rispetto infinito da parte di chiunque sul mondo sappia chi sei. Sei l’uomo che saluterà tra mille, maledette lacrime che poi faranno posto ai sorrisi. E sarà tutto come sempre, ma un pizzico più triste per chi porta l’Inter nel cuore. E Zanetti con sé. Il più grande di tutti che saluterà in silenzio e farà parlare i propri occhi. Semplicemente, il capitano.

Fonte: goal.com