Quale format per la Champions League?

Dalle parole ai fatti, il passo potrebbe non essere così lungo per le grandi d’Europa, ansiose di unire le proprie forze in una maniera più redditizia rispetto al passato e, se vogliamo, anche al presente. Come raccontato da Marco Bellinazzo la settimana scorsa su Goal, il percorso che porterà alla ristrutturazione della Champions League in chiave Super-campionato europeo è ineluttabile e già in corso, visto che il dibattito sul nuovo format a partire dal 2018/19 ha già iniziato a tenere banco.

Come anticipato oggi dalla Gazzetta dello Sport, l’ipotesi più credibile parla di una Super-Champions League che preveda due innovazioni significative: la creazione di un gruppo di club sempre presenti, attraverso un sistema di licenze pluriennali, e l’aumento del numero di partite garantite.

Le conseguenze sarebbero chiare: le priorità dei club d’élite sarebbero concentrate sulla nuova Super-Champions, mentre i campionati nazionali, vissuti senza più l’assillo del piazzamento-Champions a tutti i costi, verrebbero giocati con formazioni-B, per quanto presumibilmente sempre competitive.

I club esclusi dal gruppo d’”élite” avrebbero invece la possibilità di qualificarsi alla nuova Super-Champions attraverso il campionato nazionale, e comunque rispettando una serie di requisiti strutturali che prescindono dal piazzamento sul campo. Uno shock, una svolta epocale per il calcio europeo, ma certo non una novità assoluta per lo sport professionistico. Proprio da casi analoghi, il calcio europeo può infatti prendere spunto per creare il “suo” format ideale.

Il caso più recente e clamoroso è quello dell’Eurolega di basket, che già da parecchi anni adottava un sistema di licenze pluriennali legate ai risultati nei tornei nazionali (con vincoli abbastanza larghi, va detto) e al bacino d’utenza. Dal 2016/17 il massimo torneo cestistico europeo varerà un format molto più esclusivo, con 16 squadre di cui 11 con licenza decennale (con opzione per i dieci anni successivi), una regular season di 30 gare garantite e un cammino di 37 partite (al massimo) per le squadre qualificate alla Final Four.

Le cinque formazioni qualificate proverranno dai campionati nazionali di fascia media, da un apposito torneo di qualificazione e dalla Eurocup, in un ragionamento molto simile a quello che nel calcio, dall’anno scorso, manda dritta in Champions League la vincitrice dell’Europa League.

Ma il paragone evocato da Andrea Agnelli, nel corso di un seminario alla Bocconi che ha visto presente anche Karl-Heinz Rummenigge, resta la NFL: “La Champions – ha sottolineato – vale 1,5 miliardi di diritti tv contro i quasi 7 della Nfl, nonostante le ricerche di mercato ci dicano che su 2 miliardi di tifosi sportivi nel mondo ben 1,6 miliardi sono tifosi di calcio e soltanto 150 milioni di football americano. Questo deve fare riflettere sul potenziale inespresso con i format attuali del calcio”.

Già, ma come è strutturata la NFL? Il sistema del football americano prevede 32 franchigie, una stagione regolare con 16 partite garantite a squadra e altre 3 (o 4) partite in caso di percorso netto fino al Super Bowl. Soprattutto, la filosofia della NFL (e delle leghe chiuse americane) è riassunta nel salary cap e nel draft.

Due istituti che, almeno nelle intenzioni, vogliono garantire a tutte le franchigie, nel medio periodo, la possibilità di arrivare fino in fondo. E’ su questo nodo che si svilupperà la grande sfida della SuperChampions, perchè un torneo il più possibile equilibrato è anche più avvincente e in definitiva meglio vendibile e monetizzabile. E l’attuale fair play finanziario già non sembra essere più sufficiente.