Pellegrini: “Inter da titolo e vorrei CR7. Thohir…”

In vista dell’imminente compleanno, in cui festeggerà 75 anni, Ernesto Pellegrini ha parlato alla Gazzetta dello Sport. Ecco qualche passaggio dell’intervista all’ex presidente interista.

Quando ha incominciato a seguire il calcio? 
“A 14 anni, quando Redegalli, figlio del nostro maniscalco, esordìnell’Inter. Da allora, l’Inter è la mia squadra e non smetto di seguirla a San Siro”.

Qual è stato il suo primo idolo? 
“Skoglund, uno svedese dal dribbling fulminante che incontravo in piazza Mercanti. Sapevo che ogni lunedì andava lì a farsi lucidare le scarpe e così gli chiedevo l’autografo”.

Che ricordi ha della sua prima volta a San Siro? 
“Avevo 13 anni, era l’aprile del 1954 e si giocava Inter-Juventus che valeva per lo scudetto. Vinse l’Inter 6-0, ma non riuscii a vedere nemmeno un gol perché lo stadio era talmente affollato che non fu possibile entrare. Ricordo che pensai: sarebbe bello se un giorno potessi comprare l’Inter. Ma mentre lo pensavo, capivo di sognare”.

Come è nata, poi, l’idea concreta di diventare presidente? 
“Volevo farmi conoscere al grande pubblico e nel 1980 scrissi un’accorata lettera al presidente Fraizzoli, sottolineando che ero proprietario dell’albergo di Villar Perosa dove andavano in ritiro i giocatori della Juventus, ma il mio cuore era nerazzurro. Fraizzoli mi convocò, mi prese in simpatia e mi fece entrare nel consiglio. Poi diventai vicepresidente e nel 1984 presidente, coronando quel sogno da bambino”.

Qual è stato il suo orgoglio più grande come presidente? 
“Abbiamo vinto lo scudetto dei record nel 1989, due coppe Uefa e una Supercoppa, ma al di là delle vittorie il mio orgoglio è avere gestito la società senza aver mai fatto perdere una lira ai consiglieri e ai piccoli azionisti, perché le perdite sono sempre state assorbite dalla mia azienda. Con un pizzico di vanità, infine, ricordo l’applauso dei giornalisti quando annunciai, in una improvvisata conferenza stampa, che avevo preso Bergkamp e Jonk dopo un blitz segreto ad Amsterdam”.

C’è un giocatore al quale è rimasto più legato? 
“Rummenigge, il primo grande acquisto, che purtroppo non potrà essere presente alla festa alla Scala perché influenzato”.

C’è un errore che non rifarebbe? 
“Più che un errore, ho il rammarico di non aver fatto entrare in società due ex giocatori che stimavo molto: Bertini e Boninsegna. Nel 1970, quando ero un giovane imprenditore e loro campioni già affermati, uscivamo a pranzo e volevano sempre pagare loro”.

Che rapporti ha con Massimo Moratti? 
“Con lui e la sua famiglia ho buoni rapporti di amicizia e collaborazione professionale. Ricordo con piacere il giorno in cui ho dedicato al papà Angelo il centro sportivo della Pinetina, allora di mia proprietà”.

E con Erick Thohir? 
“Molto buoni. E’ venuto a casa mia anche di recente e fin dal primo incontro ho provato stima e simpatia. E’ in gamba, tifo incondizionatamente per lui”.

Le dispiace non vedere l’Inter con una proprietà italiana? 
“Oggi no, ma prima che Thohir acquistasse l’Inter propendevo per una cordata italiana della quale avrei potuto far parte, perché non ho mai pensato di riprendere da solo l’Inter”.

L’Inter può vincere lo scudetto? 
“Il secondo tempo di Napoli ha dimostrato la forza della squadra e il carattere trasmesso da Mancini. Ora penso che possa lottare per lo scudetto”.

Quale giocatore della sua Inter vorrebbe regalare a Mancini? 
“Un leader come Matthaeus non sarebbe male, no?”

Se fosse ancora presidente, quale sarebbe il grande acquisto? 
“Sogno Ronaldo. Se davvero ha qualche dubbio sulla permanenza a Madrid, andrei a parlargli. Chi si chiama Ronaldo è nel destino dell’Inter”.