Pancev, il cobra diventato ramarro. Nemico dell’Inter e dei suoi senatori

Nell’estate del 1992 l’apertura illimitata agli stranieri fece scatenare le squadre italiane, finalmente libere da ogni vincolo (sebbene in distinta potessero essere messi solo 3 giocatori). Uno dei club più attivi a tal proposito fu l’Inter, che sferrò un colpo che all’epoca fu tra i più importanti. Il presidente Ernesto Pellegrini poté presentare come fiore all’occhiello di quella campagna acquisti uno dei centravanti più prolifici in circolazione, campione d’Europa e del Mondo solo un anno prima: Darko Pancev.

Nato in Macedonia, all’epoca Jugoslavia, Pancev muove i primi passi nel Vardar Skopje dove segna con grande regolarità, tanto da venir acquistato nel 1988 dal club più importante del paese: la Stella Rossa. Peccato che nel frattempo arrivi la chiamata alle armi e la Jugoslavia non faceva certo sconti agli atleti. Così il buon Darko dovette saltare completamente la stagione ’88/89 per servire lo Stato.

Rimessi gli scarpini nel 1989 Pancev riprende come e più di prima a segnare: saranno 84 reti in 91 partite di campionato che gli valgono 3 titoli di capocannoniere, una scarpa d’oro, 3 campionati jugoslavi, una coppa nazionale e soprattutto una storica Coppa dei Campioni (con rigore decisivo trasformato) e una Coppa Intercontinentale (con gol contro i cileni del Colo Colo).

A quasi 27 anni Pancev è nel pieno della maturità e finisce a giocare nel miglior campionato al mondo dell’epoca: la Serie A. L’Inter è reduce dalla fallimentare stagione precedente, chiusa con un 8° posto che l’ha tenuta fuori dalle coppe europee. Si ricomincia con Osvaldo Bagnoli e si punta sui gol del macedone, prenotato già a marzo per la bellezza di 14 miliardi di lire. Lui si presenta spavaldo: “Macché Papin, il pallone d’oro sono io” oppure: “Mi basta che arrivino i palloni in area, poi so io cosa fare” è un’altra delle dichiarazioni del Cobra, così soprannominato per la sua spietatezza in area di rigore. Le sue caratteristiche sono quelle del centravanti vecchia maniera, per nulla propenso al gioco di squadra, pronto ad aspettare in area di rigore e colpire sfruttando il minimo errore avversario. “Dicono somigli a Paolo Rossi, vedremo”.

Le prime uscite stagionali gli danno ragione: 26 agosto 1992, esordio ufficiale. Si gioca contro la Reggiana in Coppa Italia e Pancev fa tre gol. Al ritorno ne fa altri due. Pellegrini si sfrega le mani, i tifosi sottoscrivono abbonamenti. Arriva il campionato e la musica cambia: l’Inter, rivoltata come un calzino rispetto all’anno prima, fatica ad ingranare e con essa anche Pancev, che gioca male, si vede poco e quando lo fa sbaglia l’inverosimile. Bagnoli, che già mostrava perplessità per la sua scarsa attitudine a correre e dare una mano alla squadra, dopo le prime uscite medita di farlo uscire dai titolari. Gli lascia giusto qualche mese sperando si adatti al calcio italiano ma non c’è niente da fare. Pancev si conquista al massimo la classifica dei “non cannonieri” indetta dalla Gialappa’s  e il paragone più che con Paolo Rossi si inizia a fare con “lo sciagurato” Calloni, re del gol fallito. Iniziando a sentire odor di panchina, Pancev finge improvvisi dolori fisici. Bagnoli, spazientito, lo toglie dall’undici titolare, lasciando spazio alla coppia Schillaci-Sosa, perfetti per il gioco difesa e contropiede tanto cari al tecnico.

Intanto, il mito del Cobra svanisce e Pancev diventa per tutti “Il Ramarro”. È chiaro ormai che si ha a che fare con un errore di mercato. Lui non ci sta e dichiara: “Se io sbaglio, voi dire me brocco. Se van Basten cicca, voi scrivere Van Basten sfortunato. Verità è che io ho occasione a partita perché gioco in Inter difensiva e van Basten ne ha 3, 4, 5 perché gioca in Milan offensivo”. Bagnoli chiarisce il concetto: “Dite che con Pancev bisogna avere pazienza perché è macedone? Sarà, ma io sono della Bovisa e non sono mica un pirla! Pancev pensa: perché dovrei cambiare, se ho vinto tutto comportandomi così? Non mi interessa quello che è stato; all’Inter, deve capire che si può giocare diversamente”. Nel frattempo con Schillaci e Sosa l’Inter ingrana, macina punti e diventa antagonista del Milan. Alla fine i nerazzurri chiuderanno al secondo posto, Bagnoli viene confermato e si cerca una sistemazione per Pancev, che ha chiuso la stagione con 12 presenze e un solo gol. Peccato che con un bel contratto quadriennale anche piuttosto oneroso è difficile trovare acquirenti, così si sceglie di mandarlo in prestito. Va a Lipsia, in Germania, altro disastro e i tedeschi a fine stagione rispediscono il pacco al mittente.

Pancev chiede un’altra opportunità ma neanche con Ottavio Bianchi in panchina va meglio: appena 7 presenze (a causa anche di un infortunio) e 2 gol. A fine stagione torna in Germania, stavolta a titolo definitivo, al Fortuna Dusseldorf. La parabola è pienamente discendente e trova la fine del percorso al Sion, in Svizzera, con molti rimpianti di ciò che poteva essere la sua carriera e non è stata.

Lo conferma lo stesso Pancev, a distanza di anni: “L’Inter è stata il più grande sbaglio della mia vita, per colpa dell’Italia ho chiuso presto la carriera. Nel ’91 mi volevano Milan, Barcellona, Manchester United, Real Madrid. Ero l’attaccante più ricercato e finii all’Inter, che praticava un calcio difensivo e mi offriva al massimo due occasioni a partita. La mia carriera sarebbe stata migliore sia a livello calcistico che finanziario. Ma non sono stato l’unico a pagarla: l’Inter ha rovinato anche giocatori come Jonk, Sammer, Shalimov. E Bergkamp solo dopo un anno in Inghilterra si è ripreso”. E ancora: “Ci sono attaccanti che corrono e attaccanti che non corrono. Io ero uno di quelli dall’innato talento nel segnare e correvo solo entro i 30 metri dalla porta. E l’Inter non volle accettare il mio modo di giocare”. Non mancano, infine, accuse ai senatori nerazzurri come Zenga, Bergomi e Ferri: “Loro erano un problema. Costringevano Bagnoli, che era un debole, a far giocare Schillaci al posto mio”. Ma siamo sicuri che fosse colpa solo dell’Inter?

Fonte: tuttomercatoweb.com