Il campionato di Serie A recentemente giunto a conclusione ha diviso sostanzialmente le valutazioni di chi vede l’equilibrio come una garanzia di successo e chi, invece, sottolinea un livellamento verso il basso, tale da rendere la competizione più equilibrata ma senza eccellenze. Beppe Marotta, amministratore delegato dell’Inter seconda in classifica, ha partecipato oggi all’appuntamento per i 130 anni de Il Mattino e si è soffermato sullo stato attuale del calcio italiano.

Queste le sue parole, tutt’altro che lusinghiere: “Avendo 45 anni di esperienza in questo mondo, venendo da campo e scrivania, nel 2000 noi eravamo El Dorado del calcio in termini di partite e di ingaggi. I giocatori venivano qui, come Maradona, e finivano la loro carriera qui. Oggi il nostro è un campionato di transizione, vedere Lukaku e Hakimi che sono arrivati da United e Real e poi al termine della stagione hanno chiesto di andare via. Improvvisamente abbiamo perso posizioni, mi chiedo: perché? Non siamo stati pronti al cambiamento, gli inglesi lo hanno capito partendo dal prodotto in termini di vendita, come per la vendita ai media. Noi in 20 anni abbiamo perso potere competitivo. Nell’ambito della valorizzazione dei diritti media, loro sono partiti molto prima di noi e oggi ci troviamo in un rapporto 1:4. Dal modello del mecenatismo, ci siamo trovati impreparati a modificare il nostro modello di business” riporta calciomercato.com.

Sul calcio più sostenibile: “La sostenibilità è fondamentale, essendo poi un fenomeno popolare se chiedessimo a dieci tifosi cosa preferirebbero tra una società che vince lo scudetto rischiando il default e una virtuosa che arriva quinta, undici direbbero la prima. Ma al di là di questo, il responsabile della gestione deve essere molto equilibrato. La sostenibilità è un obbligo, perché rispondiamo anche alle disposizioni del sistema calcistico quali licenze UEFA e licenze nazionali. Poi, bisogna capire che i costi vanno contenuti: il costo del lavoro oggi sfiora il 60-70% del fatturato, una società di manufatti vedrebbe il fallimento dietro l’angolo. Bisogna ridurre i costi prima della valorizzazione delle risorse, poi dobbiamo guardare la competitività. E questa, anche in termini europei, dà anche lunga vita alle società intermedie che fanno parte del contesto della Serie A”.

Sul futuro dell’Inter: “Il core business è il gioco del calcio, mi occupo soprattutto di questo. La gestione va avanti con un progetto iniziato qualche anno fa e che deve proseguire nella ricerca della sostenibilità non dimenticando che abbiamo l’obiettivo di essere inseriti nelle prime quattro che vanno in Champions, perché da lì arrivano decine di milioni che servono alla gestione”.

FONTE90min.com