Mancini senza idee: la Champions ora è un miraggio?

Mancini senza voce, Mancini senza scuse, Mancini senza Champions. E ancora la rabbia della società, la sveglia di Zanetti, la delusione di tutto l’ambiente nerazzurro: troppo remissiva e senza idee, l’Inter, per essere vera. Eppure è così: al 28 febbraio, dopo sei mesi di campionato, i nerazzurri sono scesi in campo allo Stadium con l’ennesimo cambio di modulo e di uomini, con le ennesime scelte originali del tecnico, con tanti illustri giocatori tecnici panchinati e, in generale, con un atteggiamento lontanissimo da quello di una squadra che fino ai primi di gennaio era in testa alla classifica.

Il passo dei nerazzurri in questo girone di ritorno è da zona retrocessione, dopo un girone d’andata da leader. Ma la partita dello Stadium ha certificato soprattutto la mancanza di un progetto tecnico-tattico in questa squadra. E attenzione: non che questo fosse chiaro nel girone d’andata, quando i tanti 1-0, fatti di cinismo e grande solidità difensiva, avevano nascosto la mancanza di proposte. 

Schierare un 3-5-2 con Melo interno di centrocampo (certo, dovuto all’assenza di Brozovic) è stata una sorta di resa anticipata da parte di Mancini, troppo preoccupato degli avversari per pretendere dalla sua squadra di imporre gioco. Il 4-4-2 finale, con Perisic e Ljajic ha mostrato che qualcosa di più l’Inter avrebbe potuto fare. È vero che è venuta a mancare l’impenetrabilità difensiva della prima parte di stagione, ma è altrettanto vero che da centrocampo in su i problemi sono molteplici.

Il mercato di gennaio, poi, ha provocato un vero e proprio cortocircuito: l’Inter ha ceduto Guarin, un centrocampista abile anche in proiezione offensiva e senza palla, per acquistare un attaccante, Eder. Quest’ultimo, in uno dei match più importanti della stagione, è rimasto in panchina per più di 80′, con i nerazzurri schierati a centrocampo con Medel, Melo e Kondogbia, coadiuvati da due terzini e tre centrali di difesa. Non che il modulo in sé sia criticabile, ma sono state le attitudini e le caratteristiche dei giocatori a condannare l’Inter in partenza. Il potenziale offensivo è stato tenuto quasi tutti in panchina, da Eder-Perisic-Ljajic a Biabiany e Jovetic, ormai nel dimenticatoio.

Se certezze, tolte il terzetto Handanovic-Miranda-Murillo, ce ne sono sempre state poche, sembra anche che dal punto di vista mentale l’Inter sia uscita dalla rincorsa al terzo posto. La batosta nel derby, la sconfitta nel finale a Firenze, l’arrendevolezza contro la Juve: Mancini era infuriato e senza voce al termine del match, la società ci ha messo la faccia e non ha mancato di chiedere conto al proprio tecnico. Il quale viene sempre indicato come il fulcro del progetto nerazzurro per il presente e per il futuro, ma che ha dimostrato di non avere il polso della situazione. E il terzo posto, con questo passo e con queste prestazioni, è lontanissimo, molto più degli attuali 5 punti che dividono i nerazzurri dalla Roma (e che potrebbero diventare 8 con il successo della Fiorentina sul Napoli, dal momento che i viola hanno il vantaggio negli scontri diretti).

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