Mancini: “Neanche la mia prima Inter è cresciuta così tanto. Addio e Mou…”

“Stavo aspettando una proposta estera più che tornare in Italia. E soprattutto non avrei mai pensato all’Inter, ma uno di cavolate ne fa tante, ho fatto anche questa, perché è impensabile tornare dove uno ha già vinto tanto. È vero, credevo di fare meglio come risultato finale. I risultati ci condannano, ma credo sia stata l’unica mia squadra che in cinque mesi sia migliorata così tanto. Parlo del Galatasaray, del City e persino della mia prima Inter”. Pensieri e parole di Roberto Mancini, ospite di ‘Condò Confidential’ in onda su Gazzetta Tv.

Il tecnico si confessa ai microfoni di Paolo Condò e c’è spazio ovviamente per i tanti ricordi vissuti nella sua carriera da giocatore e allenatore. Partendo dalla sfuriata contro Sacchi dopo una sostituzione in Nazionale con Zola: “Sono cose che uno fa quando è giovane. Ero arrabbiato, Sacchi mi aveva detto che avrei dovuto essere il vice di Baggio. Non era stato facile accettare quel ruolo, ma Sacchi era stato sincero e onesto. Io accettai e la cosa andò avanti”.

Nel 1986 un episodio simile con la ‘gita notturna’ a New York: “Poi Bearzot mi disse che avrei dovuto chiamarlo e chiedergli scusa. Ma ero giovane, mi ricordo benissimo quella notte. C’erano Tardelli, Scirea, Rossi, erano tutti più grandi di me. Per me era la prima volta a New York, sono rimasto affascinato dalla città e non ho neanche guardato l’orario. Bearzot si arrabbiò tantissimo”.

Il passato si intreccia con il presente: meglio il Mancini giocatore o allenatore? “Sono due cose diverse, perché da giocatore si fanno delle cose che ti vengono naturali. Tutti i grandi calciatori hanno dei colpi che altri non hanno o, come diceva Boskov, ci sono giocatori che in uno spiraglio vedono un’autostrada, altri invece non vedono niente. In questi dodici anni da allenatore ho fatto un buon lavoro, poi l’importante è che ci si metta impegno e la voglia di vincere. La mia caratteristica principale? Ho sempre giocato a calcio, questo mi ha dato la possibilità di migliorare sotto tutti i punti di vista. Per me le cose sono andate sempre abbastanza bene, anche adesso nonostante i risultati”.

Tanti i ricordi legati alla Samp: “Boskov in una riunione prima della partita mi mise attaccante, gli dissi che facevo la seconda punta e lui mi rispose “Ok, punta libera”. Con gli altri allenatori avevo discusso per questo motivo, Ulivieri già a 18 anni mi vedeva centravanti. I contratti con Paolo Mantovani? Ti dava più di quello che pensavi, però sempre meno di Vialli. Faceva così per farmi arrabbiare e perché ero stato il suo primo acquisto ed ero già più grande. Di quella squadra siamo rimasti grandi amici. Con Luca abbiamo vissuto tanti anni assieme. Una volta in allenamento abbiamo litigato e io ci sono rimasto male. Per un po’ non ci siamo parlati, poi la settimana successiva gli misi il pallone in testa e fece gol contro il Pisa: fu costretto a ringraziarmi”.

A inizio carriera le richieste di Milan e Juve. I rossoneri sbagliarono a inviare il telegramma, mentre il club di Boniperti si rivolse a un’altra società: “Se fossi andato lì probabilmente sarei cresciuto più in fretta e avrei vinto di più. Però non avrei vissuto quegli anni stupendi alla Samp, non avrei conosciuto i miei amici e non sarei stato con Mantovani. Quegli anni sono stati irrepetibili, va benissimo così”.

Si torna a parlare di Inter, stavolta la scena è quello successiva allo sfogo post-Liverpool nel 2008: “C’erano tante cose che non andavano bene e che si trascinavano da tempo, sbottai. Se Moratti allora chiamò Mourinho? Sì, penso di sì. Io andai da lui il giorno dopo, gli dissi che non avevo nessun problema e che avrei continuato. Il presidente si era arrabbiato, come me d’altronde. Finimmo il campionato. La Roma aveva recuperato dei punti, l’ultima partita contro il Parma fu carica di tensioni. Poi ci fu la finale di Coppa Italia a Roma che perdemmo 2-1. Non mi aspettavo l’esonero, lessi l’articolo la mattina e mi venne il dubbio. Moratti mi chiamò e mi comunicò il fatto che aveva preso questa decisione. Se fece il nome di Mourinho? No. Ma lo devo ringraziare perché mi ha dato la possibilità di allenare l’Inter in un momento importante della mia carriera”. Cosa pensa Mancini di Mourinho? “Penso che sia un tecnico bravo, parlano anche i titoli vinti. Se sono geloso per il Triplete? Questa è una cosa umana, ma io penso che le cose accadano perché devono accadere”.

Un legame speciale ovviamente anche quello con il Manchester City: “Il 6-1 di Old Trafford? Lo United aveva dominato per decenni a Manchester e noi abbiamo cambiato la storia. Quel risultato poi rimane un ricordo indelebile. Ferguson era un po’ arrabbiato quel giorno. Gli portai un buon vino rosso francese, ma lui nel suo ufficio ha dei vini di alta qualità. Sono entrato una volta da Ancelotti ma non aveva dei vini come quelli di Sir Alex”. Poi il titolo vinto nel recupero dell’ultima partita: “Sul 2-2 gli avversari erano salvi e buttarono la palla verso Hart, che subito la rimise in gioco e Mario fece l’assist ad Aguero. Quella è stata una partita incredibile. Credo che ci faranno un film un giorno, è un bellissimo ricordo”.

Chiusura sui primissimi esordi con il Bologna: “Avevo 13 anni e mezzo quando arrivai a Casteldebole. Fu un momento bellissimo per uno che vuole fare il calciatore. Avevo raggiunto quello che tutti i bambini sognano. Allo stesso tempo sei lontano dalla famiglia e la tua vita cambia. Non è semplice a quell’età, ma il mio sogno era fare il calciatore e ho sofferto per un anno la distanza. Era come essere a militare perché ero uno dei più piccoli. Bologna però è un ambiente ideale anche per i giovani perché i bolognesi sono gente fantastica e calorosa”.