La Mancini-revolution un inedito calcistico: ecco perché cresce e vince

Negli anni Sessanta la formazione dell’Inter euromondiale cominciava con Sarti Burgnich Facchetti e poi, passando attraverso Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, finiva con Suarez e Corso. Facile ricordarla a memoria come quella del Triplete di 45 anni dopo che era più o meno quasi sempre la stessa: Julio Cesar, Maicon, Lucio, Samuel, Zanetti o Chivu, Cambiasso, Thiago Motta, Sneijder, Stankovic o Pandev, Milito, Eto’o.

Oggi l’Inter che si avvia a chiudere il 2015 in testa alla classifica si ferma a Handanovic, Murillo, Miranda… Il resto è tutto nella testa di Mancini, nelle sue alchimie tattiche. Un inedito nella storia non solo nerazzurra, ma del calcio in assoluto. Impossibile rovistando negli annali ritrovare una squadra di vertice così camaleontica, capace di modificarsi da una partita a quella successiva, come minimo per un buon 50 per cento. Rivisitando le ultime formazioni ci rendiamo perfettamente conto che l’Inter base, quella da snocciolare come una divertente filastrocca, non esiste oggi e difficilmente esisterà in futuro.

Basta guardare le ultime gare e ci si rende conto che da Napoli al Genoa Mancini aveva cambiato addirittura 5 giocatori, 4 in quella successiva di Udine, 10 in coppa Italia col Cagliari. Chi va allo stadio, lo fa con la consapevolezza di avere – a parte quei tre della difesa- una sola certezza: Mancini in panchina. Il resto è sorpresa autentica, che diviene prologo spettacolare a ciò che accadrà dopo sul campo, e che ha finora prodotto questa piacevole e sicuramente inattesa posizione di classifica. Ma sia chiaro, l’Inter camaleontica non è un vezzo di Roberto Mancini e non è nemmeno pretattica o una trappola per l’avversario: è un nuovo modo di fare calcio in cui non basta più saper cambiare il modulo in corsa ma anche gli interpreti, di volta in volta, dopo averli sapientemente preparati ad ogni evenienza, sia essa in campo che in panchina.

Un duro lavoro da cui è bandita l’improvvisazione. Una nuova era in cui, paradossalmente, la squadra di club somiglia molto ad una selezione nazionale impegnata in un maxi-torneo, e dalla quale vengono attinti in base ai riscontri degli allenamenti e alle caratteristiche dell’avversario gli undici da mandare in campo. Senza sottovalutare il fatto che la rotazione degli uomini li rende tutti partecipi al progetto.