Inter, primo non prenderle.

Rimane l’amaro in bocca.
Per come è successo, per il minuto in cui è successo e per la prova di orgoglio fornita, non può che rimanere una sensazione di incompiuto che è quasi peggiore dell’arrabbiatura che tipicamente si prova dopo una sconfitta.
E in realtà non serve a molto tentare di consolarsi pensando che la squadra ha comunque fatto risultato giocando ingiustamente in dieci uomini per quasi 90 minuti, così come non serve ad alleviare la frustrazione il pensiero che i neroazzurri abbiano saputo reagire al doppio svantaggio riuscendo a ribaltare il passivo e ad arrivare ad un soffio dall’impresa. Pareggiare così fa male.
“Se Carrizo fosse stato più attento, se Wallace non avesse fatto quel fallo inutile ad un minuto dalla fine…..”; rimpianti che rimangono tali.

Sfortuna… Si sfortuna ma anche qualcos’altro. Perché se si analizzano le partite dell’Inter nella stagione in corso balza agli occhi come sia già la terza volta che la squadra di Mazzarri si fa raggiungere dopo essere stata in vantaggio. Se con il Cagliari la dea bendata ci ha sostanzialmente restituito quel pizzico di buona sorte avuto nella vittoria casalinga con la Fiorentina, e con la Juve un pareggio sia risultato accettabile anche per l’equilibrio del match e per la caratura dell’avversario, con il Torino no; con il Torino doveva essere vittoria.
Questi sono punti importanti, pesanti nell’arco di una stagione. Una squadra che vuole puntare in alto, in queste situazioni, soprattutto dopo esser passata in vantaggio a discapito di indicibili sacrifici e sofferenza estrema, deve chiudere la difesa e mettere in cassaforte il risultato. L’Inter di qualche anno fa avrebbe portato a casa i tre punti in modo cinico, ed è forse questo quello che ancora manca ai neroazzurri: la capacità di gestione del match e la freddezza tipica di chi è più forte.

Analizzando poi nel dettaglio i punti deboli della squadra di Mazzarri non possono non balzare all’occhio i sette gol presi in tre partite; che sia solamente frutto dell’assenza del punto fermo Campagnaro? Può essere; detto questo l’Inter non deve e non può far affidamento su un unico giocatore, seppur forte e carismatico come il centrale argentino.
Juan Jesus nella stagione in corso si limita a fare il compitino, svolge il ruolo del comprimario, e appare lontano parente del roccioso difensore ammirato soprattutto nella prima parte del campionato scorso, in cui fu autore di prove maiuscole, su tutte quella in Juve – Inter 1-3 in cui il brasiliano sorresse da solo la retroguardia interista, con autorità e fisicità impressionanti. Ne fummo tutti colpiti. Questo è quello il popolo neroazzurro si attende da lui.
Poi il capitolo Ranocchia che nelle recenti apparizioni ha dimostrato tutti i limiti che spesso gli sono stati riconosciuti; in una difesa forte, trainata da un leader carismatico, lo stesso numero 23 appare autoritario e invalicabile. Il problema è quando gli si chiede di essere trascinatore e di guidare la retroguardia che all’improvviso compaiono tutte le carenze del giovane umbro. Spesso impacciato, goffo e dal fare incerto.
Chiudiamo con il vecchio ma sempre affidabile muro. Ecco esatto, dove è finito Walter Samuel? Noi tutti ce lo chiediamo. Di Wally c’è sempre bisogno.

Per quanto riguarda centrocampo ed attacco di punti di miglioramento ce ne sono, ma nel complesso son due reparti che fanno il loro compito, con alcuni giovani elementi coadiuvati da altri di assodata esperienza. Se poi si aggiunge un attaccante come Rodrigo Palacio, giocatore che fa la differenza, sempre decisivo e vero trascinatore si può concludere affermando che la fase offensiva sia comunque da ritenersi positiva, e i numeri lo testimoniano. Rimane da lavorare, e molto, sul reparto arretrato.
Se il campionato è guidato da una Roma che al di là delle otto vittorie consecutive ha al passivo un unico gol incassato si capisce quale sia, una volta di più, la discriminante per garantirsi un campionato al vertice in serie A: primo non prenderle.