Inter-Juve, incroci a cinque stelle: è la serata del thriller

Otto punti le separano in classifica ma, quando ad affrontarsi sono Inter e Juventus, le analisi inevitabilmente trascendono i 90 minuti di gioco. Specie se si prendono in considerazione le ultime sfide, ancor di più se al centro del discorso si mette Mauro Icardi. Lui, che è la bestia (bianco)nera della Vecchia Signora: 6 gol tra Sampdoria e Inter, una media da urlo. E tante altre sono le storie che si intrecciano in questo prestigioso romanzo calcistico: da Felipe Melo a Kondogbia, da Hernanes a Guarin e Mancini. Tra duelli e rivincite, un vero thriller al sapore di sliding doors.

La prima, più recente, risale ad appena 43 giorni fa. Era il 31 agosto 2015 e il Profeta Hernanes abbandonava la Pinetina per accasarsi a Vinovo. “Mi dispiace aver lasciato la Lazio, ma sono venuto all’Inter per vincere”, dichiarava con fierezza il brasiliano nel giorno del suo approdo a Milano. I fatti dicono che, in 19 mesi all’ombra del Duomo, Hernanes ha collezionato più delusioni che sorrisi. Talento mostrato solo a sprazzi, appena 7 reti in 52 presenze complessive e poi l’imperdibile treno bianconero preso al volo sul gong della sessione estiva. Domenica per la prima volta affronterà l’Inter da avversario: sarà “capriola triste” o capoeira celebrativa?

“Lui, lei e l’altro”. Nell’immaginario collettivo dei tifosi, dal gennaio del 2014, quando si tirano in ballo Guarin e la Juventus ormai è inevitabile che alla mente venga anche il nome di Mirko Vucinic. Celeberrimo il balletto di mercato praticamente annunciato e alla fine mai andato in porto tra le due società. Quelle roventi settimane sembrano lontane anni luce, merito soprattutto del ritorno di Mancini sulla panchina nerazzurra. Il tecnico di Jesi ha fatto del colombiano la pedina insostituibile del suo scacchiere tattico e anche quest’anno il trend è confermato (per informazioni chiedere a Brozovic, il cui minutaggio si è ridotto all’osso). E se il buongiorno si vede dal mattino (cioè il decisivo gol nel derby dello scorso 13 settembre), potremmo vederne delle belle.

Ha militato nella Juventus dal 2009 al 2011, proprio nel biennio antecedente alla strepitosa egemonia in campionato firmata Pirlo, Vidal e compagni. Non si può dire che l’esperienza di Felipe Melo a Torino sia stata proprio fortunata. Prelevato dalla Fiorentina a luglio di sei anni fa, il mediano verdeoro mai è sbocciato nei cuori dei tifosi juventini. Il bagno di umiltà al Galatasaray, dove ha alzato al cielo ben 6 titoli nazionali, è stato decisivo per la sua definitiva maturazione. Nonostante le polemiche e lo scetticismo generale, Melo ha preso in mano il centrocampo dell’Inter e, dopo sole 7 giornate, può già essere considerato un leader. Tra cinque giorni l’occasione per farsi rimpiangere almeno un po’ dalla dirigenza della Juve è ghiotta.

“Impressionante” era la parola più in voga quando si parlava di Geoffrey Kondogbia fino a qualche mese fa. Merito della possibilità di averlo visionato dal vivo in un contesto più che probante, la doppia sfida di Champions proprio contro la Juventus, il 14 e 22 aprile scorsi. Nei due anni al Monaco il possente transalpino ha raggiunto l’apice della sua fin qui breve carriera, una vetta agonistica che gli è valsa il grande balzo in serie A. Trenta milioni più 5 di bonus, l’Inter che batte il Milan in uno speciale derby di mercato, vera telenovela di un’estate fatta di rilanci a suon di denaro cash. Il cerchio si chiude domenica: tra la rivincita e una nuova serata amara passa un filo lungo appena 90 minuti.

E Roberto Mancini? Universalmente riconosciuto come un’icona interista, di conseguenza anche simbolo di un sentimento di anti-juventinità che forse mai l’ex City ha provato dentro di sé con la stessa veemenza di un ultrà della Curva Nord. Ma, agonisticamente parlando, il Mancio ha sempre provato un sapore speciale nel battere gli storici avversari. “Non vinciamo in casa contro la Juve dal 2010”, un messaggio chiaro e forte. Qualcuno obietta sul fatto che, essendo stata la Vecchia Signora retrocessa in Serie B nell’anno di Calciopoli, chiamarlo ancora “derby d’Italia” non avrebbe più senso. Una cosa è certa: Inter-Juve non potrà mai essere considerata una partita come le altre. Soprattutto se in campo ci sono intrecci e storie degne di un kolossal.