“Diffamò Facchetti”: ora Moggi rischia la condanna

Uscito prescritto dal processo di Calciopoli, Luciano Moggi rischia adesso di venire condannato in un processo che di quello principale è una costola: la diffamazione di Giacinto Facchetti, il presidente dell’Inter scomparso nel 2006.

Il pubblico ministero Elio Ramindini ha chiesto poco fa la condanna di Moggi a diecimila euro di multa.

Durante una trasmissione tv Moggi disse all’allora capitano dell’Inter Javier Zanetti che dalle carte dell’inchiesta emergevano contatti “del tuo ex presidente” (cioè Facchetti) per modificare le griglie di designazioni degli arbitri “e la richiesta’a un arbitro di vincere la partita di coppa Italia con il Cagliari”. Per questo Moggi è stato querelato dal figlio di Facchetti, Gianfelice.

Lungo tutto l’arco del processo la difesa di Big Luciano ha cercato di dimostrare la tesi di fondo: che l’Inter fosse coinvolta alla pari della Juventus nel sistema di relazioni con gli arbitri di serie A finito al centro dell’inchiesta della procura di Napoli. Per questo stamattina era stato interrogato come ultimo testimone a discarico l’ex arbitro Massimo De Santis, che ha dichiarato d avere ricevuto intorno al 2004 quattro o cinque telefonate di Facchetti (“tutte chiamate in entrata, era sempre lui a chiamare me”). È vero che De Santis qualche anno fa, dopo averne parlato in una intervista, fece retromarcia su quelle telefonate e chiese scusa al figlio di Facchetti. Ma oggi torna a sostenere di averle ricevute, “dovetti chiedere scusa perché allora quelle intercettazioni non erano state depositate”. Per dare ancora meglio l’idea del terreno su cui si è mosso il processo, un dettaglio significativo: stamattina sia i difensori di Moggi che il pm Ramondini hanno chiesto di convocare in aula a testimoniare l’ex procuratore di Napoli Giandomenico Lepore, che in una intervista avrebbe detto che solo le fughe di notizie sull’inchiesta impedirono ai suoi pm di andare avanti con le indagini e di incastrare anche i vertici dell’Inter. Ma il giudice Oscar Magi ha respinto la richiesta e ha dato la parola alle parti per requisitoria e arringhe.

Nella sua requisitoria il pm ha accusato Moggi di “premeditazione” nel diffamare Facchetti, sulla cui limpida figura Ramondini si è soffermato a lungo citando anche un libro di Luigi Garlando. Poi l’accusa ha ricordato che anche se Moggi alla fine se l’è cavata con la prescrizione, nella sentenza diventata definitiva la scorsa settimana è stata riconosciuta “senza alcun dubbio la sussistenza dell’associazione” di cui Moggi faceva parte e la “gravissima intrusione in ambito federale di soggetti ad esso estranei come appunto il Moggi che proprio perché appartenenti alla dirigenza di squadre di calcio non avrebbero dovuto tenere contatti così frequenti e di tenore così influenti”. Ramondini ha ricordato come Moggi avesse consegnato al designatore arbitrale Paolo Bergamo delle SIM telefoniche estere per poter conversare al riparo da orecchi indiscreti. Ramondini ha accusato Moggi di avere riprodotto anche durante questo processo la “tecnica diffamatoria” già manifestata nella intervista contro Facchetti, cercando di “mettere nel calderone” anche il presidente nerazzurro: “così fan tutti: tutti colpevoli nessun colpevole”. Affermazioni che davanti alle telecamere Moggi avrebbe fatto “con tono di sufficienza e provocatorio”.

Adesso ha preso la parola per la parte civile il difensore del figlio di Facchetti, poi toccherà al legale di Moggi. La sentenza arriverà il 15 luglio.

FONTEilgiornale.it