Cruz: “Calciopoli evidente. Mancio? Ricordo una frase tipica…”

Dodici reti segnate alla Juventus, sette con la maglia nerazzurra sulle spalle. Julio Ricardo Cruz è stato un idolo della tifoseria interista, un professionista tutto casa e campo, con una certa predilizione per le partite di cartello: nelle occasioni importanti, Cruz timbrava sempre il cartellino. L’ex attaccante di Inter e Bologna ha lasciato il calcio e intrapreso la strada politica, candidandosi a Sindaco per la città di Lomas de Zamora, in provincia di Buenos Aires. El Jardinero ha rilasciato una bella intervista al Guerin Sportivo, ecco uno stralcio:

L’addio al calcio e il distacco verso quello che per più di vent’anni è stato il suo mondo:

Dopo essermi ritirato ho deciso di prendere un anno sabbatico, volevo capire se il calcio potesse mancarmi e invece è accaduto l’esatto contrario. Volevo stare con mia moglie e i miei figli, non ne potevo più di muovermi e prenderei continuamente aerei. In ottobre ho compiuto 40 anni e mentre i miei familiari mi facevano gli auguri, mi son detto: sono grato della vita che ho avuto, ma è stata troppo intensa, mi sento la testa di uno che ha già 65 anni”.

Inizio della carriera:

Sono entrato nel calcio mondiale giocando nel River Plate, lì ho segnato 18 reti in 30 partite, guadagnandomi la nazionale. A quel punto avevo solo da scegliere tra Sampdoria, Lazio, Newcastle, Villareal e Valencia. Alla fine scelsi Rotterdam, a convincermi fu l’allenatore Arie Haan, mi disse: “Qui ti tratteranno come un idolo”. Il giorno della presentazione atterrai con l’elicottero al centro dello stadio pieno. Lì la gente mi amava, quando sono andato via piangevano e qualcuno mi mostrava il petto con sopra la mia faccia tatuata. In Olanda la cultura è ammirevole, ma troppo diversa da quella latina. Loro cenano alle 18 e io alle 22 finivo puntualmente per morire di fame. Faceva troppo freddo, non ne potevo più di partite con la palla arancione.

L’arrivo in Serie A:
È stato come passare ad un livello superiore, Guidolin ci parlava di tattica, tattica e ancora tattica. Mi disse che avrei dovuto perdere 10 kg, io gli risposi: Mister, grazie ai miei 90 kg ho fatto la differenza in Olanda, nessuno riusciva a buttarmi giù. Poi col tempo ho capito che aveva ragione lui: ero troppo lento, appena mi giravo verso la porta per agganciare il lancio, il difensore mi aveva già portato via la palla. Ho dovuto fare una dieta dimagrante, quattro allenamenti al giorno e dieta. Correvo due ore in più rispetto al resto dei miei compagni e in un mese persi 10 kg. All’inizio del campionato ero una scheggia, volavo, peccato che durò solo tre mesi, poi iniziai a perdere energie. A quel punto nacque qualche dissapore con la società, mi confidarono che si aspettavano di più da me, non capivano che ero uscito fuori forma per quella dieta. Il secondo anno andò meglio, anche fisicamente. Non ho mai avuto infortuni gravi e credo sia stato un record”.

Gli anni all’Inter e Calciopoli:

“Non posso dire che allora sapessi cosa facesse Moggi dietro le quinte, ma era inevitabile farsi delle domande. La parzialità degli arbitri certe volte era evidente, ma alla fine la verità salta sempre fuori e sono sicuro che Calciopoli abbia fatto bene al calcio italiano: i tifosi erano sfiduciati e avevano bisogno di ricominciare a credere nelle partite.

Le sfide che ricordo più volentieri? Alla fine gli attaccanti vengono giudicati per i loro gol e ogni volta che ne segni uno è come innamorarsi. È successo con l’Inter quando ho fatto gol appena entrato in campo al posto del mio amico, Hernan Crespo. Dopo meno di un minuto (11 secondi, ndr) mi ritrovai davanti alla porta per calciare e pareggiare. Gran parte del merito fu di Ibrahimovic, ma io mi trovai lì. Ricordo volentieri anche Inter – Arsenal, a quei tempi faticavamo molto e Cuper era criticato, ma quella sera giocammo veramente bene. Abbiamo vinto 3-0 ed io ho fatto un bel gol in pallonetto dopo 22 minuti di gioco”.

Le panchine e i dialoghi con Massimo Moratti:

“All’inizio con Roberto Mancini è capitato spesso di andare in panchina. L’Inter aveva dei grandi giocatori. Adriano era in splendida forma, in attacco si alternavano campioni del calibro di Crespo, Vieri, Figo e Ibrahimovic. Io sono sempre stato un tipo di calciatore che cercava di lavorare affinché l’allenatore potesse prenderlo in considerazione. Chiesi anche di partire, ma Moratti mi disse: “No, tu sei un giocatore fondamentale e devi restare”. E aveva ragione visto che poi andò a finire che giocavo sempre io. Nel 2008 mi trovai in una situazione simile, mi cercava il Barcellona, ma io volevo restare all’Inter, così mi confrontai con Moratti: lui mi disse che non c’erano problemi di soldi e che se avessi voluto sarei potuto rimanere. Gli risposi che neanche per me esistevano problemi di natura economica, superato un certo livello non fanno più tanta differenza i soldi. Ho sempre avuto ben chiaro che la squadra viene prima del giocatore, Mancio non lo ha mai detto in pubblico, ma negli spogliatoi ci ripeteva: ” All’Inter ci sono troppi capitani e pochi soldati”. Allora ho capito che io avrei dovuto essere un soldato, c’era bisogno di qualcuno che completasse l’azione. Quando è arrivato Mancini ha indirizzato il lavoro su questi rapporti di forza e la squadra ha iniziato a ingranare. Certo, il generale aveva a disposizione degli ottimi soldati”.

FONTEfcinter1908.it