Alla scoperta di Montoya: dal Barça all’Inter grazie ad ordine ed esuberanza

Come ci insegna la storia del calcio, ci sono diversi modi di interpretare ogni singolo ruolo in un campo da calcio. Esistono svariati tipi di attaccanti, infinite sfaccettature dell’essere centrocampista, innumerevoli caratteristiche che differenziano i difensori e via dicendo. Per ciò che ci concerne, c’è bisogno di addentrarsi nelle particolarità del terzino, ruolo infausto che in Italia sta vivendo un momento di involuzione, in quanto non si riesce più a sfornare i talenti di un tempo, capaci di abbinare skills offensive e difensive. Senza voler tornare indietro ai tempi di Giacinto Facchetti, è comunque difficile pensare a qualche giocatore in grado di ripercorrere le orme di Paolo Maldini, Javier Zanetti o Douglas Maicon Sisennando.

L’Inter è alla disperata ricerca di giocatori capaci però di ovviare alle lacune di chi copre quel ruolo nella rosa attuale. Se con Walter Mazzarri c’era bisogno di esterni, più che di terzini, ora che Mancini ha varato la difesa a quattro, avere dei giocatori con caratteristiche adatte a ricoprire un ruolo fondamentale nel calcio moderno, adatto ad allargare il campo con i propri movimenti per scardinare difese arcigne, a creare superiorità numerica con le proprie scorribande sulla fascia, ma anche capace di effettuare una diagonale difensiva, di saper marcare il proprio uomo e di non eccedere in virtuosismi. E se Federico Dimarco (classe ’97) è un ottimo prospetto sulla fascia sinistra, a Milano da qualche tempo è arrivato Martin Montoya, classe Barcellona, additato agli albori della sua carriera come “The Next Big Thing” sulla corsia di destra ma che, per diversi motivi, non è ancora riuscito ad esplodere.

Iniziato il ritiro di Brunico, Roberto Mancini non ha avuto dubbi a lanciare il giocatore catalano nella formazione titolare, sulla corsia di destra, dove l’anno scorso si alternavano Danilo D’Ambrosio (ora dirottato a sinistra) e Davide Santon (che è caduto vertiginosamente nelle gerarchie del Mancio, così come Yuto Nagatomo). Ma perché proprio lui è stato il prescelto dell’Inter?

CHI E’ ? – Premessa obbligatoria: Montoya non potrà mai diventare il nuovo Maicon. Per caratteristiche tecniche e fisiche, lo spagnolo ed il brasiliano non si assomigliano per nulla. Se il Colosso usava la prepotenza fisica per imporsi su tutta la lunghezza della fascia, l’ex Barça preferisce il palleggio per avanzare sulla propria corsia, dando il via ad un uno-due, con lo scopo di ricevere il pallone di ritorno in profondità, in modo da sfruttare il debordante scatto nello spazio breve, una delle sue caratteristiche migliori. Montoya non può portare lo strapotere e la presenza imponente di un terzino roccioso, ma permette di aprire il campo e sa eseguire alla perfezione i movimenti del terzino. Questo indottrinamento tattico è merito di Luis Enrique: quando infatti i due si sono trovati per la prima volta al Barcellona B, il tecnico ha passato molto tempo a spiegare al suo giocatore cosa un terzino deve fare per affermarsi ad alti livelli, anche se nella scorsa stagione gli ha concesso poco spazio in prima squadra, a causa della presenza di Dani Alves e Jordi Alba, due veri e propri mostri.

IL BAGAGLIO TECNICO – Cosa aspettarsi quindi da Montoya? Sicuramente una grande partecipazione al gioco offensivo, tant’è che nelle prime amichevoli si è subito contraddistinto per sprint sulla fascia, accelerazioni e cross per la testa di Icardi e Palacio. All’occasione può anche tramutarsi in esterno di centrocampo, così come può cambiare fascia e dare il proprio contributo sulla sinistra. La fase difensiva presenta ancora alcune lacune, come si è potuto notare a Brunico: la scarsa copertura della propria metà campo è probabilmente dovuta alla precaria condizione fisica, tuttavia Mancini ha notato come in fase di transizione difensiva e di marcatura dell’ala avversaria ci sia da lavorare. Tant’è che già dopo l’amichevole contro gli Stuttgarter Kickers ha passato parte della seguente seduta a spiegare a Montoya e agli altri difensori gli errori commessi. Ma il Mancio (e Ausilio, visto che l’Inter monitorava il terzino già dal 2011) sa cosa può dare alla causa nerazzurra e lo sprona a provare diverse soluzioni che siano crossare di prima o incunearsi nell’area di rigore avversaria, sfruttando ogni possibile pertugio concessogli.

LA SINDROME MORATA – Se Mancini darà seguito agli esperimenti di Brunico, è lecito aspettarsi Montoya titolare fin da subito, anche se chi arriva dalla Liga ha sempre bisogno di un po’ di partite per ambientarsi alla realtà italiana, molto più fisica del campionato spagnolo. Basti pensare all’esperienza di Alvaro Morata la scorsa stagione: per i primi mesi l’attaccante della Juventus ha giochicchiato a calcio, lasciandosi spesso cadere dopo i contatti di gioco e innervosendosi per i ruvidi interventi dei centrali (da qui la lite con Manolas, ad esempio) e non riuscendo così ad esprimersi. Poi la svolta: si è abituato a ricevere i colpi, a gestire il proprio corpo e ha iniziato a fare la differenza in Italia ed in Europa. La speranza dei tifosi dell’Inter è la stessa: aver trovato non un semplice e degno erede di Maicon, ma un giocatore capace di imporsi in una realtà difficile e, ancor di più, in un campionato in cui la carenza di terzini adatti si fa sentire, per cui averne in casa uno forte vorrebbe dire trovare un valore in più, aspettando anche il ritorno di Dodò (d’altronde è lecito aspettarsi dei miglioramenti da un giovane di 22 anni) e la crescita di Dimarco.