Addio, Sergente Eugenio

Faceva parte di un calcio diverso, il caro Eugenio Bersellini. Non solo per il periodo in cui la sua carriera ha vissuto i momenti più importanti, ovvero gli anni ’70 ed ’80.
La diversità era data dal suo modo di essere, di concepire la professionalità nel mestiere di allenatore. Lui si basava sul lavoro, sull’abnegazione, sulla costanza e soprattutto sulla serietà. Questa importanza che dava al lavoro assiduo gli valse l’appellativo di “Sergente di ferro”.

Non siamo sicuri fosse davvero un soprannome azzeccato, poiché non dava certo l’idea di essere una persona dura, nè tanto meno cattiva. Anzi, era un uomo semplice, una brava persona, che pensava a lavorare e non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno.
Non parlava molto, ma parlava chiaro, sia ai giocatori che alla società, e dappertutto ha lasciato un buon ricordo.

Sulla panchina dell’Inter Bersellini rimase per ben 5 anni, arrivando nell’estate 1977 dalla Sampdoria. Si contano veramente sulle dita gli allenatori che siano resistiti così a lungo sulla panchina nerazzurra. Dagli anni ’70 in poi, solo Trapattoni ha raggiunto lo stesso numero di stagioni, mentre per Mancini contiamo 5 stagioni e mezzo ma solo 4 consecutive.

Non aveva l’abitudine di battere cassa alla società chiedendo acquisti abbondanti e costosi. Dava più importanza ad avere pochi innesti ma nelle posizioni chiave in cui la squadra aveva necessità di rafforzarsi. Così il primo anno si accontentò di due giocatori sconosciuti provenienti dalla Serie B, Altobelli e Scanziani, rivelatisi utilissimi. Il primo, addirittura, rimasto uno dei migliori marcatori interisti di sempre. Ma oltre a questi due nuovi ne inventò un altro importantissimo, lanciando un ragazzino della squadra primavera di nome Beppe Baresi che giocò titolare tutto il campionato. L’estate successiva arrivarono i giovani Beccalossi e Pasinato, sempre dalla serie cadetta.

Il terzo anno prevedeva la realizzazione del piano triennale stilato assieme a Fraizzoli e Mazzola, ovvero la conquista dello scudetto. Questa volta punto sull’esperienza del difensore Mozzini e del centrocampista Caso, e lo scudetto della stagione 1979/80 fu davvero nerazzurro.

Rimase quello, tra l’altro, l’ultimo campionato italiano giocato senza stranieri. Quindi possiamo dire che fu davvero un successo tutto italiano, rimasto eterno.
Altre due stagioni in nerazzurro, raggiungendo tra l’altro una semifinale di Coppa dei Campioni, persa di misura con il Real Madrid, ed una Coppa Italia nel 1982 che andava ad aggiungersi a quella del 1978.

Eugenio Bersellini

Poi si spostò al Torino, e da lì alla Sampdoria, Fiorentina, Avellino ed Ascoli. In tarda età fu persino commissario tecnico della Libia, e poi ancora alcune esperienze nelle serie minori. Anche da anziano, non ci poteva stare senza lavorare.

I meno giovani si ricorderanno che furia era in panchina. Raramente seduto, era uno di quegli allenatori che la partita la giocano anche loro, coinvolti emotivamente e fisicamente. Quando qualcosa non girava, o quando il pallone non voleva entrare, se ne tornava verso la panchina sferrando dei pugni incredibili contro la stessa . Una volta addirittura, quando l’Atalanta pareggiò a San Siro a pochi minuti dalla fine, si aggrappò al tetto della panchina distruggendolo. Era fatto così.

Oggi, 17 Settembre 2017, all’età di 81 anni si è spento a Prato. Lo ricordiamo con tanto affetto, e ricordiamo con malinconia questo genere di allenatore, che oggi non esiste più. Ciao Eugenio.

 

Economista, una vita in giro per il mondo, senza mai dimenticare la passione per l’Inter. Da sempre sportivo, tuttora tennista
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